La sindrome di Munchausen per procura: i cinque casi più celebri

La Sindrome di Munchausen per procura. Ovvero, le madri che uccidono o mettono in grave pericolo i figli per attirare attenzioni e compassione. Analizziamo i cinque casi più famosi, da Beverly Allitt a Lisa Hayden-Johnson.

di Antonia Tovagliaro - 20 ottobre 2017

sindrome di munchausen per procura

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La sindrome di Munchausen per procura riguarda soprattutto le madri (molto raramente i padri).

Sembrano possedute da una sorta di ‘demone’ che le spinge a fare del male ai figli per assicurarsi attenzioni.

Cercano affetto e comprensione da parte del prossimo, soprattuto dei medici che spesso si arrovellano per cercare di capire, senza riuscirci quale patologia affligga i piccoli pazienti.

Le madri con Sindrome di Munchausen per procura tendono ad avere buone doti relazionali che permettono loro di intrattenere conversazioni con i dottori.

Il contatto che cercano è “alla pari”, anche se non hanno una laurea in medicina.

A differenza degli Angeli della morte non provocano le emergenze per poi intervenire e raccogliere i complimenti dei colleghi o dei superiori.

Le madri MBP fanno di tutto per peggiorare la salute dei figli così da potersi fingere ancora più disperate.

Ma quali sono stati i casi più clamorosi? Qui ve ne raccontiamo cinque, diversi tra di loro, ma ugualmente inquietanti.

Sindrome di Munchausen per procura in ospedale

Beverley Allitt. Una bambina strana, Beverley. Sempre con quei bendaggi sui polsi, sempre malata. O almeno così diceva.

E poi quei ricoveri frequenti in ospedale nei quali si comportava in modo molto particolare.

Il termometro manomesso perché la temperatura risultasse più alta, la richiesta insistente di essere operata di appendicite senza che fosse necessario.

Strano, no? Soprattutto se si pensa che la maggior parte delle persone tende a stare lontano dall’ospedale e che se non vi è alcuna malattia si sente sollevata.

L’interesse morboso di Beverley per le patologie la porta a diventare infermiera e la sua (presunta ma altamente probabile) Sindrome di Munchausen si trasforma in Sindrome di Munchausen per procura.

Tra il 1991 e il 1993, infatti, al Grantham and Kesteven Hospital nel Lincolnshire Beverley uccide quattro suoi piccoli pazienti e tenta di ucciderne altri tre.

Beverley Allitt usa sempre con lo stesso metodo: inietta ai piccoli massicce dosi di insulina. Quello che sembra incredibile è come sia riuscita ad agire per anni, senza destare mai sospetti.

Smascherare la Sindrome di Munchausen per procura

Addirittura, una delle madri che perse una delle sue gemelle di soli due mesi per mano di Beverley le chiese di fare da madrina al battesimo dell’altra bambina, miracolosamente sopravvissuta alla furia omicida dell’infermiera.

Ma davvero è “incredibile” che Beverley abbia agito indisturbata? In effetti no.

L’infermiera con Sindrome di Munchausen per procura, infatti, risultava agli occhi degli altri, ignari dei suoi crimini, una persona di cuore.

Era capace di prendersi cura con slancio dei piccoli pazienti e pronta a una parola di conforto per le madre.

La Allitt fu finalmente messa sotto inchiesta dopo la morte di Claire Peck, il 22 aprile del 1991.

Claire era una bambina asmatica di quindici mesi che arrivò in ospedale per una crisi respiratoria e morì per due attacchi cardiaci, entrambi avvenuti mentre era stata lasciata sola nella stanza con Beverley.

L’autopsia sul corpo di Claire rivelò un livello anomalo di potassio nel sangue, ma soprattutto la presenza di tracce di lidocaina, un farmaco usato in caso di attacchi cardiaci ma mai usato su bambini così piccoli.

Da lì in poi non fu difficile, per gli investigatori, risalire ai comportamenti sospetti dell’infermiera.

Come per esempio la denuncia di Beverley dello smarrimento della chiave del frigorifero dove veniva tenuta l’insulina, il fatto che fossero scomparse alcune pagine dei registri nei giorni in cui erano avvenute le morti sospette.

Il processo, iniziato nel febbraio 1993, durò solo due mesi.

Beverley Allitt sta ora scontando una pena di trent’anni nell’ospedale giudiziario di Rampton, a Nottingham.

Se volete approfondire, qui trovate un documentario (in inglese) molto interessante sulla sua storia.

Sindrome di Munchausen per procura e “madri coraggio”

Lisa Hayden Johnson. Tutta l’Inghilterra seguì il caso di suo figlio con il fiato sospeso.

Un bambino nato prematuro, cagionevole, che affrontava con grande coraggio una serie di allergie che gli impedivano di nutrirsi a sufficienza.

Lisa era sempre al suo fianco, orgogliosa del piccolo e della sua capacità di affrontare la malattia.

Nel frattempo si godeva l’attenzione nazionale, anche perché la sua dedizione al figlio le aveva fatto vincere il Children of  Courage Award nel 2005 , consegnato dall’allora primo ministro Tony Blair.

La realtà delle cose?

Il figlio di Lisa passa i primi sei anni della sua vita in un inferno a causa della sindrome di Munchausen per procura della madre, che lo affamava, alterava i suoi esami del sangue, lo costringeva su una sedia a rotelle sostenendo che fosse affetto da paralisi cerebrale.

Anche in questo caso viene abbastanza spontaneo chiedersi perché i medici non abbiano sospettato subito qualcosa.

Ma come avrebbero potuto mettere in discussione il dolore, le lacrime e il coraggio che Lisa mostrava?

Uno degli aspetti che colpisce della Sindrome di Munchausen per procura è il fatto che difficilmente qualcuno arriva a pensare che una madre stia facendo del male, a volte fino a ucciderlo, al proprio bambino: è impensabile perché è nell’ordine naturale delle cose.

Operazioni e dubbi

Il povero bambino di Lisa dovette persino subire un’operazione nella quale gli fu inserito un sondino gastrico, perché continuava inspiegabilmente a deperire.

Solo nel 2007 Lisa fu chiamata in ospedale perché il figlio fosse sottoposto ad analisi più approfondite, visto che non presentava altri sintomi che giustificassero allergie così devastanti.

Lei finse di essere stata aggredita e sessualmente molestata la sera prima della visita, per evitare di portare il bambino in ospedale, procurandosi anche lividi in varie parti del corpo per rendere più credibile la sua storia.

Ma un pediatra, dopo aver letto tutte le cartelle cliniche del piccolo, decise di vederci chiaro.

Non ci volle molto per capire che Lisa impediva al figlio di mangiare, alterando poi le sue analisi per simulare la patologia, giustificando così il deperimento fisico.

Fu condannata a tre anni di carcere per maltrattamenti. Anche il marito fu processato, ma risultò totalmente estraneo ai fatti.

Il figlio di Lisa vive ora in un luogo sicuro, lontano dalla madre che lo ha torturato per anni.

Sindrome di Munchausen per procura e solidarietà

Lacey Spears. Problemi digestivi, convulsioni, febbre perenne. Garnett Spears aveva passato la maggior parte della sua breve vita in ospedale.

La madre Lacey, venticinquenne ex studentessa di infermieristica raccontava sui social (il suo profilo twitter esiste ancora) le difficoltà e la sofferenza del figlio, attirando solidarietà e offerte di aiuto.

Una giovane madre sensibile, che da piccola amava le bambole, a cui piaceva prendersi cura di loro e che diceva di volersi occupare dei bambini, una volta diventata grande.

Il suo era un racconto di vita quotidiana con un bambino che fin da subito aveva avuto difficoltà con l’alimentazione, al quale era stato inserito un sondino per nutrirsi, che soffriva di varie patologie non ben specificate, ma comunque dannose.

John Glatt, autore di un libro sul caso Spears, spiega tra le altre cose che i vicini di casa raccontarono poi una storia diversa, cioè quella di un bambino apparentemente sanissimo, che mangiava con appetito ciò che gli veniva offerto.

Il 22 gennaio del 2014 Garnett fu ricoverato d’urgenza e morì in ospedale. I medici, insospettiti dai livelli anomali di sodio nel sangue del bambino fecero partire le indagini.

La polizia trovò a casa di Lacey delle confezioni di sale marino e delle sacche per l’alimentazione che risultarono positive alle tracce di sodio.

Lacey fu accusata di omicidio e nel 2015 è stata condannata all’ergastolo con la possibilità di chiedere la libertà condizionata solo dopo 20 anni. Qui trovate la sua intervista completa per la CBS.

Sindrome di Munchausen per procura, finti funerali e veri abusi

Leslie Wilfred. La sua è veramente una storia complicatissima. Anche difficile da raccontare, perché sembra uscita dalla penna di uno scrittore molto fantasioso. Invece è accaduta realmente.

La storia di una donna che finse di essere incinta di due gemelli per poi raccontare di averli partoriti morti e attirare affetto e compassione durante il finto funerale che organizzò nei minimi dettagli.

Non solo.

Per anni, Leslie mentì sulla salute di due dei suoi altri quattro figli raccontando della leucemia della bambina e della necessità di un trapianto di fegato per il figlio maschio (i nomi dei piccoli sono mai stati diffusi).

Il marito di Leslie, Chris, aveva un altro figlio adolescente nato da una precedente relazione.

Quando il ragazzino iniziò ad avere un comportamento violento nei confronti della famiglia, arrivando a minacciare padre e matrigna con un coltello, i servizi sociali diedero il via ad una serie di indagini.

Non furono scoperte solo le menzogne di Leslie sui gemelli e sulle malattie degli altri figli, ma anche gli abusi terribili sul figliastro, che veniva costretto a dormire in una piccola scatola di legno, legato e imbavagliato perché non facesse rumore.

Particolarmente assurdi i dettagli sulla finta gravidanza dei gemelli.

Ecografie scaricate da internet e spacciate per vere, ricerche – effettuate prima di fingere la gravidanza – su internet con parole chiave come ‘fetal demise’ (ovvero, morte intrauterina) e indagini su urne e lapidi per neonati.

Leslie fu condannata a otto anni di carcere e a trenta anni di libertà vigilata.

Leslie non potrà avere contatti con i suoi figli senza autorizzazione dei giudici ed è stata condannata a restituire i soldi a chi, ai tempi, aveva fatto donazioni per aiutare la bambina che lei sosteneva essere malata di leucemia.

Qui un servizio di Fox News sul caso di Leslie.

Sindrome di Munchausen per procura e

Blanca Montano. Una giovanissima madre di Tucson, Arizona, arriva in ospedale con i due figli che presentano sintomi da infezione e risultano positivi al batterio dell’e.coli.

Il maschietto si riprende rapidamente, mentre la bambina di sette anni continua a stare male, durante il ricovero di un mese, contraendo infezioni su infezioni.

La madre chiede e insiste perché vengano fatti esami più invasivi alla figlia, compresa una (inutile) biopsia spinale.

I medici iniziano ad avere qualche sospetto e fanno installare una telecamera nascosta nella stanza della piccola.

Quello che si capisce dalle riprese, nonostante lei intuisca la presenza della telecamera e cerchi di nascondersi, è che Blanca contamina i sondini gastrici della bambina mettendoli in bocca.

Viene immediatamente impedito alla madre di avvicinarsi alla bambina. E la piccola, come per miracolo, inizia a migliorare.

Blanca Montano viene accusata di aver tentato di uccidere i figli, al processo si dichiara sempre innocente.

Le vengono riconosciute delle attenuanti – l’essere cresciuta in una famiglia difficile e il non avere un quoziente intellettivo molto alto – e la condanna finale è di 13 anni.

Secondo l’accusa, Blanca ha agito in questo modo per attirare l’attenzione e la compassione dell’ex compagno, padre dei due bambini, in modo da riaverlo con sé.