Sfida sembra essere la parola d’ordine per qualsiasi cosa. Sfidare la malattia, sfidare la montagna, sfidare gli elementi. Il tutto, si suppone con tiepido ottimismo, per uscirne vincitori. Eroi.

Capita di leggere titoli come questo:
“Campionessa mondiale sfida il Coronavirus: ‘Mi alleno al parco’”.

E capita di chiedersi: perché? Cioè, ma davvero è una sfida al virus? Non è piuttosto una sfida contro sé stessi?

L’assenza di guerra, la voglia di vincere

Lotta, guerra, battaglia sono eventi che vorremmo tenere lontani. Ci si dispera per la situazione in Siria, per le bombe che devastano case e anime, per i bambini costretti a morire, ogni giorno senza nemmeno sapere il perché.

Eppure è normale riferirsi agli sportivi come “guerrieri” e, nella vita di tutti i giorni, persino chi fa lavori d’ufficio senza correre alcun pericolo vince sfide continuamente.

Contro il capo, contro i colleghi, contro l’azienda.

Forse il fatto che non ci siano guerre da combattere ha minato l’autostima di molti, soldati mancati, eroi da scrivania.

Sfida o non sfida?

E quanto c’è di controproducente nel parlare di sfida quando si tratta di malattia?

Nessuno di noi, nessuno sano di mente, si metterebbe davvero a sfidare una malattia, normalmente si ha la disgrazia di trovarcisi in mezzo e di provare a sopravvivere.

E chi guarisce non ha vinto alcuna sfida, non è un guerriero. È solo guarito. Per fortuna. E grazie a chi l’ha curato.

La necessità di combattere

Lavori alienanti, carriere ferme, grandi sogni possono portare alla frustrazione. Chi ha, vuole sempre più, soprattutto in campo lavorativo.

E forse è per questo motivo che il coronavirus sta creando così tanto problema.

Perché (qualcuno deve pur dirlo anche alla campionessa mondiale) impedisce di continuare a lavorare.

E pur essendo chiaro, chiarissimo, il problema economico (per alcuni più che per altri, ma non pensate di essere i soli), non è chiaro, pare, il fatto che non si sfida il virus.

Semplicemente perché non si può.

Del lanciare la sfida

È un po’ come quelli che sfidano l’Everest o qualsiasi altra montagna molto molto alta e poi muoiono male e tutti a dire che erano eroi, che hanno sfidato la montagna, che il triste destino si è abbattuto su di loro.

Ma no. È una scemenza. Il politicamente corretto ci spinge a dire e a scrivere che erano eroi.

Erano tante cose, ma non eroi.

Se ti arrampichi su una montagna in infradito perché la vuoi sfidare per dimostrare quanto sei figo, poi è facile che ci resti secco.

Ma quella morte, una morte da Darwin Award, non ha niente a che fare con chi, in un atto di eroismo, salva la vita a un altro.

Se vai a duecento all’ora in macchina e ti impasti contro un muro non è perché la pioggia aveva reso viscido l’asfalto o c’era il ghiaino. È perché se vai a duecento all’ora e non sei in pista e non sei capace le possibilità che ti impasti contro un muro sono altissime.

Le parole giuste

Tutti quelli che sono andati a manifestare contro il coronavirus sono degli idioti che nemmeno la loro madre può difenderli.

Ma cosa manifesti? Ma a chi? Ma dove? Ma perché? Ma sei completamente idiota? Non meno, tra l’altro, dei pavidi che saccheggiano i supermercati.

Ma stai a casa e prova ad aprire un libro, se non ce l’hai va bene anche il Reader’s Digest che tuo nonno ha dimenticato sulla mensola del calorifero del cesso nel 1997.

I non adatti sono quelli che sfidano. Da ragazzini attraversando i binari per cercare di impressionare gli amici.

Da adulti con sciocchezze tipo uscire la sera e abbracciarsi tutti insieme per dire che non hanno paura del virus.

Machismo e paure

La nostra società ha talmente abituato tutti quanti all’assunto che avere paura è una roba brutta, di cui vergognarsi, che improvvisamente son tutti eroi.

La paura è un sentimento sano, se non sconfina nell’ansia e nel panico.

La paura è il sentimento che aiuta a stare al mondo. Solo gli stupidi non hanno paura.

sfida
Un frame da Il Gladiatore. (fonte Wikipedia)

Tutti al fronte

I titoli dei giornali, gli status di Facebook, le immagini su Instagram spesso si rifanno alla guerra per parlare dell’emergenza.

Non siamo in trincea. Non è una guerra.

E, se proprio vogliamo parlare di eroi, possiamo farlo.

Gli eroi sono i medici, gli infermieri, i ricercatori, i tecnici di laboratorio, i soccorritori (dipendenti e volontari), gli appartenenti alle forze dell’ordine che, per lo stesso stipendio di sempre, stanno rischiando le loro vite.

E le stanno rischiando anche per tutti gli stupidi che hanno preso un semplice ordine “stare a casa” come una sfida a uscire.